Il sacco di pedace

Back to Blog

Il sacco di pedace

1806 – Il sacco di Pedace 
La storia della resistenza di alcuni Martire

[…] all’annuncio che Napoleone si apprestava ad attaccare il Reame delle due Sicilie, le truppe russe che vi stazionavano ebbero l’ordine dallo zar di trasferirsi nelle isole Ionie; quelle inglesi, invece, si ritirarono in Sicilia più facile a difendersi con la flotta. Falliti i vari tentativi di risolvere pacificamente la crisi, la regina Maria Carolina – “il solo uomo di Napoli” come l’aveva definita l’imperatore dei francesi – per far fronte all’invasore, pensò di sollevargli contro le popolazioni del Reame. E non solo l’esercito venne mobilitato, ma furono sollecitati altresì i più famosi capi di masse. Il Principe ereditario e Leopoldo di Borbone, subito dopo la partenza dei Sovrani per la Sicilia, prendevano la via della Calabria lungo la quale oltrepassavano i soldati marcianti alla difesa del restante regno. E da Cosenza, ove avevano preso dimora, non mancavano colla presenza, colla parola e colle promesse di completare quell’opera di propaganda che avrebbe presto dovuto condurre alla rivolta generale. Frattanto le truppe francesi avanzavano, e quando ai due principi reali giunse nuova che i soldati di Damas erano stati battuti a Campotenese e il nemico a gran passo marciava nel cuore della regione, essi, per la strada di Rogliano, scortati da un reggimento di cavalleria e seguiti da pochi fedeli, raggiungevano Reggio ove s’imbarcavano per ricongiungersi ai Sovrani. Dei ventimila uomini che componevano l’esercito disfatto, non erano rimasti che poche centinaia in armi, subito organizzati in poche bande che costituirono il primo nucleo delle future masse. Da Palermo, frattanto, venivano inviati in Calabria emissari con armi, denari e decorazioni che dovevano fruttare nuovi aderenti alla causa Borbone ed animare i vecchi partigiani.

Ma la propaganda borbonica, più che dalle trame dei messi di Maria Carolina e del suo denaro, riceveva esca dalle parole dei preti alle donne alle quali questi andavano insinuando che i loro congiunti presto sarebbero stati trasferiti a combattere fuori la patria a vantaggio dello straniero che li considerava schiavi e li disprezzava perché li riteneva vigliacchi. E invero grande alleato del trono fu il clero che su quelle popolazioni credenti fino quasi al fanatismo operò a tal punto da farle convinte che poiché la causa di Dio era quella del Re, Dio le avrebbe guidate. D’altra parte, la libertà di costumi francese, offensiva per una popolazione raccolta e modesta, oltraggiosa ancor di più per la sua ostentazione, e vari provvedimenti non mancarono di fomentare l’odio già abbondantemente alimentato dalla propaganda borbonica. Per l’indole calabrese, libera e indipendente, la coscrizione fu come un umiliante menomazione; la costituzione delle milizie civiche ed il disarmo un grave colpo alla fierezza ed un obbligo mortificante; le pretese di contribuzioni, apparenti ancor più gravi allo spirito di quelle genti; ed il rigore nelle repressioni uno stimolo a buttar fuori lo straniero. Tuttavia non si può tacere che il generale Reyner fece di tutto per rendere le misure meno gravi. La Calabria intera era, quindi, in ebollizione. Ovunque covava, in quell’atmosfera d’attesa e di vigilia, il desiderio di colpire l’invasore che aveva costretto il re a fuggire ed a porsi alla discrezione di un altro straniero.

Una prima esplosione, impreparata ed improvvisa, si ebbe il 22 marzo 1806 a Soveria. Per la sua posizione a cavallo tra il cosentino ed il catanzarese, Soveria fu una dei paesi dell’interno subito occupato dai francesi. Il comandante, appena giunto, sedotto dalla bellezza di una giovane sposa e dimentico della riservatezza dei costumi calabresi, penetrò nella casa di questa durante un’assenza del marito. Alla vista dello straniero, considerato soltanto nemico, la donna gridò, provocando il sollecito intervento del coniuge, Antonio Morasco, che si avventò sull’ufficiale e l’uccise.

Questa breve e fulminea tragedia a carattere passionale diede il segno per l’altra più vasta. Un bravo agricoltore, uso al maneggio delle armi per pratica venatoria e personale bravura, Carmine Caligiuri, si fece subito promotore ed istigatore della strage. Postosi alla testa di alcuni compaesani, assaltava i soldati del presidio prima che avessero avuto notizia della morte del loro comandante, e ne uccideva quattordici. Rotto il freno, espostosi alla rappresaglia, aduna quegli stessi che lo avevano aiutato nell’impresa, si rifugia nelle montagne e si vota alla lotta. Quattro giorni dopo, il 26, da sopra le alture dominanti la Chiesa di Pascolo, Caligiuri ed i suoi seguaci, assaltarono di sorpresa un numeroso gruppo di soldati ch’erano di scorta ad alcuni fornai dell’esercito diretti a Nicastro e ne uccidono quaranta. Tra essi c’era il Conte Turr che visitava la Calabria e si era voluto unire a quei soldati per sicurezza. Il poveretto, sentendosi estraneo, chiese la grazia della vita. Ma certo che non gli riusciva d’essere risparmiato e sicuro ormai del destino, “pugna da disperato e cade da prode”. Fatto baldanzoso da questi facili successi che gli accrescono notorietà nella contrada, Caligiuri raccoglie volontari a San Biagio, Petronà, San Tommaso, Motta Santa Lucia, Conflenti, Martirano e Mannelli. Il 28 assalta Scagliano sperando molto che l’aiuto dei borbonici dell’interno gli faciliti il possesso di quel luogo importante. Ma, riconosciuto, viene ucciso. La sua morte sgomenta i gregari che si sbandano in un baleno. I fatti non mancano di produrre effetti: i francesi, per vendetta, mettono a sacco e fuoco Mannelli, San Biagio, San Tommaso e Petronà e danneggiano Martirano risparmiando Motta Santa Lucia e Confluenti perché erano riusciti ad occultare il loro animo ostile. Per maggiore sicurezza, il generale francese rafforzò il presidio di Scagliano e mandò molti soldati a Soneria. Nonostante i moti e la commozione del popolo, il fatto di Soneria non è ancora insurrezione: resta ai margini della cronaca. Comunque era bastato a sollevare la spirito dei borbonici che si adoperavano, con la parola di uomini stimati per la loro posizione sociale e la loro cultura, a sostenere le speranze ed infiammarle perché i torbidi continuassero, mentre i patrioti, nel timore di questa stessa eventualità, si adoperavano in tutti i modi per scongiurarla, facendo spesso ricorso a minacce di prossime rappresaglie. Ciò poneva contro, in maniera meno occultata, realisti e patrioti, cioè i fedeli al passato, che aveva tutte le apparenze di essere definitivamente tramontato, ed i fautori del nascente avvenire. Però le cose procedevano tra rancori, propositi non manifesti che non inasprivano apparentemente la vita in quel primo tempo. Come sempre accade nei nostri paesi, a causa della piccolezza dell’ambiente e della monotonia della vita, le rivalità familiari vengono ad arte innestate su rivalità politiche che servono a colpire più agevolmente l’avversario. Per cui quasi in nessun piccolo comune si può spogliare qualsiasi moto a carattere politico dalla sua veste di gelosie private. Ma la rivolta vera e propria non doveva tardare a manifestarsi. E, a darne il via, il 4 maggio 1806, era il comune di Pedace. Per capire la rivolta dei pedacesi bisogna andare a scovare quelle rivalità familiari di cui prima accennavamo. La famiglia Leonetti di Pedace era composta da don Pasquale e dai figli don Giuseppe, Don Giovanni, don Gaetano, don Luigi, don Antonio, don Francesco, donna Lucia e donna Marianna oltre la moglie e due sorelle di don Pasquale. Quando i figli erano ancora in età adolescenziale, don Pasquale sosteneva la sua famiglia con i profitti che percepiva raccogliendo gli interessi dell’Università adoperandosi come Cancelliere e Razionale. Cresciuti i figli in età di poter esercitare le loro professioni si fecero una masnada di ladri molto uniti fra di loro. Don Giovanni, uno dei figli di don Pasquale, era parroco in Cosenza e contemporaneamente maestro di scuola, istruiva i figli dei ministri della giustizia, e ciò lo portava ad avere un’amicizia tale da esigere dei favori. Don Antonio, che esercitava la professione nei Tribunali, agiva presso i Ministri stessi rispettato come esigeva il fratello. Con questi mezzi proteggevano i ladri coi quali essi erano accordati e coi quali dividevano il frutto dei loro furti. Contando sulla stessa canaglia osavano un dispotismo sulla loro Patria, e ne ottenevano quelle cariche comunali, che sono atte per soggiogare un intero comune, ed a ingoiare da soli il denaro pubblico. Don Gaetano esercitava la professione di Cancelliere e Razionale; don Antonio da procuratore del Comune; don Francesco da parroco; don Luigi da medico appaltato dal comune; nonché le professioni private di notaro, speziale farmaceutico, medico e parroco. In pratica tutti i servizi dei pedacesi dovevano passare per forza attraverso la famiglia dei Leonetti. Il dispotismo opprimeva la gente onesta per mezzo di malviventi che garantivano la giustizia maneggiandosi presso i Ministri, i profitti che ne ricavavano erano tanti, tali da da far condurre loro una vita voluttuosa oltre il loro grado, tanto che il loro patrimonio non migliorò mai. Il dispotismo che attuavano non si fermava solo ad arruffare denaro: assaltavano le donne oneste, nubili a maritate, anche nelle proprie case per soddisfare le loro sfrenate passioni. Con l’avvento dei francesi al governo, i Leonetti pensarono bene di aggraziarsi le loro simpatie così da poter continuare ad esercitare il loro potere. Resosi conto che il nuovo governo non avrebbe permesso i furti con i quali erano diventati ricchi, pensarono di disfarsi dei ladri che prima li avevano aiutati. A questi unirono anche chi, fra la gente onesta, poteva arrecare danno alle loro professioni ed ai loro profitti, quindi fecero arrestare anche il notaro N. Favella, il medico Michele Martire, e lo speziale Bartolo Iocca.

Il nuovo governo affida a don Gaetano il ruolo di Capo di Pattuglia e questi, credendo che con tale carica poteva disporre di tutto e di tutti, chiamava la gente a lavorare per lui per poi mandarli a casa senza paga, anzi minacciandoli che se non ubbidivano li avrebbe fatti arrestare per vagabondaggio. Tutto ciò aveva aumentato l’odio ed il rancore di tutta la popolazione di Pedace nei confronti della famiglia Leonetti. Cominciò a profilarsi l’idea delle macchinazioni fatte dai despoti per la carcerazione dell’uomo più onesto del paese, Raffaele Iocca, e di tanti altri. Aumentò, nel loro animo, la voglia di ribellarsi a tali dispotismi.

Fu così che, la notte del 3 maggio, Pasquale Martire, sacerdote, Vincenzo Iocca, parroco, con Salvatore Amantea di Spezzano Grande e Leonardo Ferrari di Spezzano Piccolo, adunarono oltre duecento uomini. All’alba del 4 maggio attaccarono la casa dei Leonetti uccidendo don Gaetano. Don Luigi scappò nella vicina Casole insieme agli altri familiari, don Giuseppe si rifugiò in chiesa. Appena scoprirono il rifugio di don Giuseppe, i rivoltosi si raccolsero attorno alla chiesa ma trovarono le donne che non volevano aprire la porta. Non osando forzare un luogo sacro, i congiurati ottennero, dietro minacce, che il parroco Giorgio Donato desse l’ordine di aprirle. Una volta dentro si misero a cercare il Leonetti ma non vi riuscirono. Pieni di rabbia stavano per tornarsene all’esterno quando il Iocca, fratello del parroco e chierichetto nei suoi anni più verdi, si ricordò di un nascondiglio in sacrestia: lì trovarono la canaglia. Portato fuori venne ucciso a pugnalate e archibugiate. I due Leonetti residenti a Cosenza chiesero al generale Verdier giustizia per la rivolta dei pedacesi, ma questi gli rispose che: “ un comune reato, quale è questo, dovrà definirsi per le vie ordinarie della giustizia. E giustizia sarà fatta”. Quindi non vi fu il tempestivo intervento contro il paese. Infatti, dal giorno della ribellione, il 4, a quello della spedizione francese, l’8, corrono ben quattro giorni che il Verdier non avrebbe lasciato passare se la bandiera borbonica avesse sventolato nel paese sin dall’inizio. Il mancato intervento militare e gli animi ormai accesi fecero si che i fedeli ai Borboni volgessero il momento a loro favore anche se il moto non fu di chiara natura politica. Guidati da Ferrari di Spezzano Piccolo gli insorti occuparono l’altura del “Giunco” e invitavano la gente alla rivolta contro i patrioti francesi Barracco, Barrese, Catalano, De Marco, Monaco, Calmieri, Scorzafava e Spina per vendicare la dinastia, la religione e la nazionalità, assicurando validi aiuti dalla Sicilia e la vendetta per gli oltraggi patiti. Il multiplo proposito dei borbonici suscita l’opposizione del partito dei partigiani con Giovanni Spina, giovane ventenne di Spezzano Piccolo, che si rivolge ai suoi compaesani dicendo loro che seguire l’esempio dei pedacesi avrebbe portato l’ira dei francesi sul paese, sottoponendolo a sterminio, case bruciate e le giovani donne sarebbero diventate “lubridio delle insulse schiere”. Ma solo otto uomini lo seguirono. Oramai la bandiera bianca dei Borboni sventolava su Pedace, e questo, più che le richieste dei Leonetti, diede l’impulso definitivo affinché i francesi invadessero il paese.

L’8 maggio il generale Verdier ordina al colonnello Dufour, a capo di 800 soldati, di attaccare Pedace dalla parte meridionale mentre il capitano Potot insieme ai suoi uomini doveva unirsi con il drappello dell’ardente Giovanni Spina, sulle alture di Spezzano Piccolo, preparando un agguato nella gola di Malaperto. I pedacesi, ormai consapevoli di quanto stesse per accadere, si rifugiarono sui monti adiacenti il paese, escluso un manipolo di uomini comandati da Iocca ed appostati presso il convento dei Cappuccini. Dufour, seguito dai Leonetti sempre pronti ad incitarlo alla vendetta, ebbe facilmente ragione della resistenza dei pedacesi che, a stento riuscirono ad aprirsi un varco per fuggire sulle montagne, ma giunti sulla collina di Malaperto caddero nell’agguato preparatogli da Potot e Spina. Morirono ventisei borbonici e molti altri furono feriti. In seguito il paese fu saccheggiato e dato alle fiamme. La sera stessa dell’8 maggio Dufour rientrò a Cosenza lasciando a Pedace una compagnia agli ordini del capitano Hardieu. Spina ottenne il brevetto di capitano. I superstiti dello scontro di Malaperto si rifugiarono in Sila per unirsi poi agli uomini di Caligiuri. I Leonetti, non ancora soddisfatti, sfogarono la loro collera contro la gente onesta facendo un massacro. L’indulto pubblicato a favore di chi voleva rientrare nel paese, prometteva loro l’impunità esclusi diciassette persone troppo avverse ai Leonetti, i quali a furia di persecuzioni varie li costrinse ad emigrare in Sicilia. Gli altri, assicurati da Giuseppe Gervino, nel quale l’intero paese riponeva piena fiducia, rientrarono. Ma l’ira dei Leonetti non si placò. Anzi si appuntarono ancora di più nei propositi di vendetta, e quando fu costituita la commissione militare ottennero l’esercizio di un particolare rigore verso gli imputati della ribellione di Pedace. Quattordici giorni dopo la tragedia del paese, il parroco Giorgio Donato, che già dovette piegarsi a consentire che la sua chiesa divenisse teatro di scene orrende, veniva giudicato sotto l’imputazione di complicità nella rivolta. Riuscì a sfuggire alla pena di morte, grazie alla coraggiosa difesa del fratello Giovanni, ma non all’esilio. Dalla Sicilia, verso la fine di giugno, ritornarono i vari Amantea, Ferrari, Foglia, Iocca e Pisano per una nuova rivolta. Nel paese, a causa dei maggiori e sempre più frequenti persecuzioni dei Leonetti, nessuno dava più credito all’indulto di maggio, e nemmeno a quello che vi fu verso la fine di giugno. Sdegnato dallo stato di cose che si erano create il popolo intero, agli inizi di luglio, si diede alla rivolta creando sfracelli anche in provincia (l’attacco a Pianete di Rovito culminato con l’ennesima sconfitta). Il 17 luglio i francesi ritornarono a Pedace.

Al loro ingresso trovarono la resistenza degli uomini di Lorenzo Martire, ma fu presto risolta in favore degli invasori contando cinquanta vittime nelle file degli insorti. I superstiti trovarono scampo nelle montagne. Il paese fu di nuovo saccheggiato e dato alle fiamme ed i Leonetti, come sempre, usando la loro influenza sui francesi, si diedero alle vendette e agli odi personali. Furono uccisi il figlio tredicenne di Tommaso Valente ed il padre del parroco in esilio il Notar Domenico Donato. Questi venne assalito nella propria abitazione, vilipeso, percosso ed infine arso vivo. Fu ucciso pure don Virgilio Ruberti, paralizzato a metà, uomo onesto e ben visto. Pure Antonio Donato e Michele Covello, indultati, i Leonetti dopo aver stracciato loro il biglietto di sicurezza li fucilarono. A causa del loro continuo ed interminabile odio, il generale Peyri spedì una lettera d’ufficio al Governatore del Circondario di Spezzano Grande con la quale i Ministri Zurlo e Angar disposero “che i fratelli Leonetti, patrioti troppo esagerati, in omaggio all’odio che a loro portava Pedace, fossero stati traslocati con onorevoli posti in altra provincia”. Dopo la due spedizioni francesi contro Pedace, il paese è rimasto desolato, impoverito ma più fieramente avverso agl’invasori. Di ciò se ne fecero sostenitori i fuoriusciti che, come capi o come gregari, furono presenti su tutti i campi di battaglia contro i francesi. Il loro apporto alla causa fu di non poca importanza, in quella che veniva definita “la guerra di Calabria”, nel tentativo di scacciare l’invasore.

Fra questi si distinsero in particolar modo Giacomo Pisano e Lorenzo Martire di Pedace e Salvatore Amantea di Spezzano Grande, tutti e tre superstiti del sacco. Alcuni eccessi, deplorevoli si ma forse giustificati dalle angherie e soprusi patiti, soprattutto del Pisano, fecero nascere la leggenda della ferocia “peracise”. Nonostante l’insuccesso alle Pianete di Rovito, Pisano è sempre più deciso a combattere comunque e dovunque i francesi. Ai primi di agosto è accampato, con duecento uomini, nel bosco della Noce, nei pressi di Acri. Nonostante la numerosa presenza dei francesi, molti partigiani dei borboni erano presenti in quel paese, comandati da Antonio Rosa, un frate domenicano, e da tre suoi fratelli. Il 14 dello stesso mese un nutrito numero di realisti borbonici fu fatto prigioniero dai partigiani francesi ma, con l’aiuto di due contadini, chiesero soccorso al Pisano. Questi aderisce con soddisfazione alla richiesta e subito marcia sul paese alle cui porte l’accoglienza del popolo gli facilita l’occupazione dell’abitato. I responsabili della carcerazione dei borbonici scappano a Bisignano asserrandosi all’interno del castello sotto la protezione dell’ufficiale francese Bagnanich. Pisano si lancia alla liberazione dei carcerati assecondato dai numerosi borbonici che oramai si erano uniti alle sue fila. Furbescamente gli assediati fanno correre voce tra gli assedianti che presto arriveranno soccorsi. Se questo non lascia proprio tranquille le masse, non impedisce che il loro attacco sia più violento e sanguinoso in quanto pressati dalla necessità di far presto. Dopo sei ore di combattimento, un modesto drappello di partigiani riesce ad uscire da una porta segreta del castello prendendo alle spalle i realisti che, sicuri dell’arrivo dei soccorsi di cui si sussurrava, batte in ritirata verso Acri, dove il 30 agosto vengono assaltate e sconfitte dal generale Verdier. Il Pisano, seguito dai suoi, ritorna nei boschi. Nei vari episodi che si susseguono, notiamo l’ingenuità dei borbonici di fronte all’organizzazione dei francesi. Spesso un piccolo drappello degli invasori riesce, con l’abilità riconosciuta delle truppe Napoleoniche, ad avere la meglio su centinaia di uomini fedeli al re. Questo è dovuto al fatto che, gli aderenti alla causa borbone, non erano altro che povera gente portata alla guerra più per le angherie subite che non per un arruolamento vero e proprio, dove il coraggio alla lotta era figlio della disperazione e dell’odio verso gli usurpatori ed i loro aguzzini. Pisano il 3 ottobre è a S. Pietro in Guarano insieme al Martiregiunti su richiesta di aiuto dai borbonici del paese che si erano visti uccidere, dai francesi che si apprestavano ad una requisizione di paglia e materassi, Ferdinando Pastore, Santo Panza e il sacerdote Francesco Bernardo.

L’attacco, di seicento uomini, è silenzioso e fulmineo e ben presto ha la meglio sui soldati di Deguisans costretti alla fuga ma subito ripresi. Pochi riuscirono a fuggire, gli altri, 23 soldati, furono bruciati vivi nella piazza del paese. Verdier, la stessa notte, alla testa di duemila uomini, marcia su S.Pietro ormai desolatamente vuota e brucia l’intero paese esclusa la casa del barone Collice partigiano dei francesi. Incoraggiati dal facile successo Pisano e Martire, insieme a Biafora di San Giovanni in Fiore, attaccano Appigliano. Tanto sicuri quanto spavaldi, con un migliaio di uomini al loro seguito, vengono respinti dai patrioti francesi comandati dal Capitano Vigna. Dopo questi fatti, il Pisano, si trasferisce nel Crotonese dove procurano non pochi danni a Cutro ed Isola Capo Rizzuto. Il 16 gennaio 1807, da San Nicola dell’Alto, dave ne aveva stabilito la residenza, muove all’assalto di San Giovanni in Fiore ma, benché il piano fosse concepito con una certa capacità militare, venne respinto dai quattrocento soldati dal presidio. Pisano era ormai tenacemente perseguitato dai francesi tanto da obbligarlo a lasciare la provincia. Andò a Sant’Eufemia ma , non trovando ospitalità dal Benincasa, altro oppositore dei francesi, s’imbarcò su una nave inglese per la Sicilia. Nel Settembre del 1808 rientra in Calabria partecipando all’espugnazione di Reggio e successivamente di Tiriolo dove, mentre faceva incendiare la casa di un prete venne da questo colpito mortalmente in bocca. Ancora vivo chiese ai suoi uomini di vendicarlo, ma prima volle essere incenerito, e cosi, semivivo, fu buttato tra le fiamme che lui stesso aveva acceso. Se gli eccessi fatti dai borboni erano gravi, non meno gravi furono da parte dei francesi. Il Pisano, il Martire e gli altri erano portati a disumane lotte non per indole, ma per conseguenza alla naturale avversione allo straniero che, per combatterlo meglio, erano costretti ad essere crudeli più di loro.

Share this post

Leave a Reply

Back to Blog
%d bloggers like this: