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IV. La guerra mondiale
La guerra, dichiarata il 30/06/1940, fu
l'impresa più pazza della dittatura.
La Nazione fu lanciata in un conflitto colossale, di citi erano
prevedibili gli sviluppi, senza che una idea-forza spingesse le
masse popolari a battersi, La guerra non era né sentita né
voluta.
Inoltre si era impreparati materialmente a combatterla, Si
mancava di tutto, Il fucile 91, in dotazione nell'Esercito, non
poteva stare a paro con i moderni fucili mitragliatori del
nemico. I carri armati, scarsi di numero e inefficienti per peso
e per potenza di fuoco, non potevano competere coi colossi da 50
tonnellate. Le città erano indifese e prive di ricoveri.
l'artiglieria, compresa la costiera, non si addiceva alle
esigenze d'una guerra motorizzata. L'aviazione doveva combattere
col bombardiere S. 79, dalle ali di legno, dal modesto raggio
d'azione, dalla limitata portata.
Il carburante era scarso, La “caccia” non reggeva ai velocissimi
velivoli alleati a otto mitragliere, muniti di cabina corazzata.
Ciò a prescindere dalla considerazione che il numero dei caccia
e dei bombardieri, era esiguo e non facilmente rimpiazzabile.
Si rubava sulla carica dei siluri e delle bombe. Si rubava su
tutte le forniture di guerra. Perfino lo spessore delle
corazzate da 35 mila tonnellate era stato ridotto di alcuni
centimetri. rispetto al progetto, nelle acciaierie di cui Ciano
era il maggiore azionista.
I miliardi votati per gli armamenti erano in gran parte finiti
nelle tasche dei magnati dell'industria pesante. Basti, in
proposito, il fatto che le microscopiche piazzole della difesa
costiera, costruite con poco cemento e con molta sabbia, erano
costate somme favolose!
Mi allontanerei dal tema, se volessi indugiarmi
sull’impreparazione militare e spirituale dell'Italia alla
guerra. Vi ho soltanto accennato, per far risaltare lo spirito
di sacrificio dei combattente italiano, il quale, pur non
volendo la guerra, pur non essendo — sfibrato com’era dalle due
campagne d'Africa e di Spagna — attrezzato per combatterla, pur
non avendo a se d' intorno l’afflato della popolazione civile,
tuttavia si batte fino all'estremo limite dell'umana resistenza,
e, in omaggio a un falso senso di orgoglio nazionale, si fece
letteralmente macinare.
Tutti i Reduci hanno diritto, per questo soltanto, al nostro
rispetto incondizionato.
Tutti i caduti, indistintamente, hanno diritto, per questo
soltanto, alla nostra commossa ricordanza.
Giù il cappello, signori!
Al comando d'una squadriglia di S 79, sconquassati e con ali di
legno, azionati spesso da due motori, Mario Martire partecipò
diuturnamente alle operazioni militari per la durata di tre
anni, mentre a lui d’intorno i compagni cadevano per via.
Dal Golfo Persico ad Alessandria d’Egitto, dal Mar Rosso a
Gibilterra e a Tolone, da Biserta a Suez, la sua ala solcò i
cieli del Mediterraneo e sorvolò mari e terre dell'Oriente, in
un impari duello mortale.
Sembrava invulnerabile! Al terzo anno di guerra, nel suo gruppo
aereo, comandato dal Maggiore Muti, si contavano tre ufficiali
superstiti
Fra questi suoi voli, che hanno del leggendario data la povertà
dei mezzi di cui si disponeva, va ricordato quello su Caifa, ove
i pozzi petroliferi inglesi venivano incendiati, nonostante la
robusta difesa contraerea e la vigilanza di duecento caccia
nemici.
Con apparecchi terrestri del tipo descritto, il Cap. Martire
attaccò convogli armati e scortati da navi da guerra e da
velivoli, bombardandoli, mitragliandoli, affondando navi,
scompigliando formazioni, interrompendo rotte.
Al tempo dell'infelice azione contro la Grecia, che portò allo
sterminio delle poche truppe italiane (2 divisioni) lanciate
all'attacco contro preponderanti forze anglo-greche, l'aviazione
Italiana si coprì di gloria.
La sua abnegazione scongiurò il disastro totale, impedendo che
venissero tagliati a pezzi o ricacciati in mare i pochi
reggimenti italiani, già decimati.
Da un aeroporto di Brindisi, Mario Martire, con i suoi compagni
d'ardimento compì in media da tre a quattro voli al giorno sulla
Grecia, per tutta la durata della campagna, creando cortine di
fuoco fra gli attaccanti e le nostre truppe Più volte egli,
compiendo miracolosi atterraggi di fortuna, trasporto i nostri
alpini feriti, dal campo di battaglia, ove erano stati
abbandonati, fino alle coste pugliesi.
Il conferimento di una medaglia d'argento al valor militare
coronò tale impresa.
Quasi non bastasse tanto ardore pugnace, di lì a poco il Cap.
Martire veniva assegnato a
un reparto di aerosiluranti,
Compì, così, azioni arditissime sulla flotta da guerra inglese,
attaccandola in mare aperto e alla fonda, nel munito porto
militare d’Alessandria d'Egitto. Tali rischiose operazioni
costavano in media il 50%,, di perdite agli attaccanti, dato il
poderoso volume di fuoco (migliaia di bocche di tutti i calibri)
che veniva concentrato a breve distanza sui nostri apparecchi, e
data ancora la difesa della caccia nemica.
Più volte il Martire tornò al campo di partenza col velivolo
crivellato di colpi e con feriti
e morti a bordo. In uno di questi voli egli stesso riporto un
vasto squarcio all’avambraccio destro, di cui mi nascose per
lungo tempo il solco profondo, cicatrizzato.
Acquistò fama di abile e audace pilota, e fu fra i più quotati
giovani ufficiali dell’Arma per queste sue benemerenze di
combattente d'eccezione. Egli, come tanti, si prodigava,
ritenendo di compiere un sacro dovere. Accettava la guerra senza
discuterla, e dava tutto sé stesso nella gara d'ardirnenti, che
ne derivava.
Ma non è qui, o, almeno, non è qui soltanto la virtù civica e
militare dell'uomo. Egli, che pur tenne alto il prestigio del
combattente italiano in una guerra non sentita (odiava i
tedeschi) ma combattuta con elevato senso di disciplina
militare, è ancor più meritevole dell'ammirazione dei
contemporanei e della ricordanza dei posteri,•per quel fu e per
come operò dopo l’11 settembre I943, quando il tradimento
sabaudo lasciò l’Italia in mano ai nazisti, assetati di vendetta
e di sangue.
Lo seguiremo, a rapide tappe, in quest'ultima fase della sua
avventurosa esistenza. |